I migliori libri di marketing? Le raccolte di fiabe!

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Articolo del 3 marzo 2017

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Le fonti migliori per studiare marketing spesso sono quelle meno convenzionali. Se gli stati emotivi sono la base di qualsiasi strategia di comunicazione, scopriamo quali libri possono insegnarci a raggiungere il cuore dei clienti. Le raccolte di fiabe sono un perfetto esempio.

Chi opera nel mondo del marketing, come ogni altro buon professionista, dedica una parte del proprio tempo alla formazione, allo studio. Tu a quali autori, a quali materie ti dedichi per accrescere la tua cultura di marketing?
Hai mai valutato i libri di fiabe? No? Allora in questo articolo ti illustrerò perché non devi dimenticarti di leggere le fiabe.

È un po’ di tempo che non mi soffermo sugli aspetti legati alla mindfulness e quindi sulla meditazione come strumento per imparare ad utilizzare la nostra mente vagante, la nostra mente bottom-up.

Oltre ad imparare a sfruttare la nostra mente creativa è anche fondamentale imparare a nutrirla. Infatti più nutriamo la nostra mente e più saremo in grado di rendere migliore qualsiasi compito che svolgiamo, inclusa ovviamente la stesura della strategia di marketing. Più creatività avremo a disposizione e più la nostra comunicazione sarà efficace, capace di lasciare un segno, e quindi capace di far crescere il nostro business.

Quale modo migliore di nutrire la nostra mente se non leggere? Quindi abbandona la poltrona, preparati ed andiamo in libreria assieme adesso!

Si lo so, non serve che me lo ripeti, acquistare online un libro è più comodo e veloce, se addirittura acquisti un e-book lo puoi scaricare all’istante. Ma alle volte bisogna uscire, respirare aria fresca e immergersi nel mondo di tutti i giorni.

Entrare in una libreria te lo assicuro è sicuramente un buon modo per nutrire la tua mente e respirare aria fresca.

Ti rechi nella sezione marketing della tua libreria preferita, ed eccolo là, un bel volume di centinaia e centinaia di pagine, stampato su fogli finissimi e con caratteri che si leggono bene se usi una lente di ingrandimento (tanto da poter fare concorrenza alla Bibbia). Grazie alla sua dimensione spicca tra i molti libri il cui titolo in un modo o nell’altro cita la parola marketing, e pensi: "più grande è e più avrà da insegnarmi" (forse) … Allunghi la mano per prenderlo e… e appaio io (rilassati non è un incubo te lo assicuro) e prima che tu colga la Bibbia del marketing ti do un consiglio: "perché non iniziare invece con una bella raccolta di favole e/o di fiabe?".

Magari con un libro di un premio Nobel come Wislawa Szymborska (2 luglio 1923 –1 febbraio 2012), con il suo "Letture facoltative" edito da Adelphi.

Cosa c’entra un libro di recensioni di altri libri redatto da una poetessa con il marketing? Abbi un po’ di pazienza, fino a pochi attimi fa volevi immergerti in un libro di marketing da mille pagine, e qui hai appena letto qualche riga… adesso ci arrivo.

All’interno di questo libro è presente una recensione su una raccolta di fiabe di Hans Christian Andersen intitolato: "L'importanza di farsi spaventare" (che puoi leggere qui sotto).

Per onore della cronoca, l’idea di questo articolo mi è nata quando ho letto la seguente frase di Albert Einstein mentre cercavo idee sull’intelligenza e la creatività: "se volete che vostro figlio sia intelligente, raccontategli una fiaba; se volete che sia molto intelligente, raccontategliene di più."

Dopo averla letta ho pensato al pezzo della Wislawa ed all’importanza di provare forti emozioni. Infatti Hans Christian Andersen ebbe il coraggio di scrivere fiabe il cui finale spesso si distanziava molto dal classico "e vissero felici e contenti". I fratelli Grimm scrissero fiabe le cui ambientazioni sono più vicine ai film di Tim Burton piuttosto che a quelli made in Disney.
Molto spesso infatti la gran parte dei lavori di questi autori li conosciamo attraverso le versioni edulcorate ed addolcite degli adattamenti cinematografici americani.

Andersen, come i fratelli Grimm, aveva capito che il terribile ed il terrificante fanno parte della vita, e che la bellezza e la magia della vita non sta nell’assenza dell’orrifico e della paura, ma nella grazia e nell’eleganza con cui navighiamo tra questi.

Il marketing si pone l’obbiettivo di generare un valore nella mente di chi usufruisce di un marchio. Un valore che è legato in modo indissolubile ad un’esperienza emozionale, ad un’emozione che il marchio è in grado di generare.

Chi si occupa di marketing, sa che le emozioni sono un mezzo potentissimo. Tant’è che il fulcro dello storytelling è far vivere un’emozione attraverso una storia.

A questo punto starai pensando "sono d’accordo su tutto, ma ste benedette fiabe cosa centrano?". Se vuoi imparare ad utilizzare le emozioni nella tua strategia di marketing allora devi possedere la stessa capacità che hanno i bambini di emozionarsi, perché come ben sapevano Andersen ed i fratelli Grimm i bambini hanno un naturale bisogno di sperimentare emozioni forti. Con il diventare adulti siamo educati a controllare le emozioni, a non manifestarle in modo spontaneo. Abbiamo talmente paura di manifestarle che se un adulto si lascia trasportare da esse il suo comportamento è spesso apostrofato e accostato in modo negativo a quello di un bambino.

Leggere i grandi autori di marketing come Philip Kotler, Al Ries, ecc… è fondamentale ed importante, ma se vuoi veramente fare marketing il miglior modo di imparare è vivere tra la gente, imparando prima di tutto a guardare il mondo con gli occhi di un bambino, pieni di stupore e meraviglia.

Il grande Henri Matisse dichiarava a André Verdet nel 1952: "Occorre sapere ancora conservare quella freschezza infantile a contatto con gli oggetti, salvare questa ingenuità. Occorre essere bambini per tutta la vita anche quando si è uomini, traendo tutta la propria forza dall’esistenza degli oggetti, e non lasciare che l’immaginazione sia mozzata dall’esistenza degli oggetti" (in A. Verdet, Prestiges de Patisse. Précédé de Visite a Matisse, Entretiens avec Matisse, Parigi 1952).

A conclusione di questo articolo ecco il bellissimo pezzo di Wislawa Szymborska

A uno scrittore dall'immaginazione piuttosto sbrigliata proposero di scrivere qualcosa per i bambini. "Benissimo," si rallegrò "avevo giusto in mente un raccontino con una strega". Le signore della casa editrice cominciarono a gesticolare agitate: «No, le streghe no, per carità! Non si devono spaventare i bambini!» «E i giocattoli nei negozi?» domandò lo scrittore. «Come la mettiamo con quegli orsacchiotti strabici di peluche viola?» Quanto a me, sono di un diverso avviso.

I bambini amano essere spaventati dalle favole. Hanno un naturale bisogno di sperimentare emozioni forti. Andersen atterriva i bambini, ma nessuno di loro, una volta diventato grande, gliene ha mai voluto. Le sue splendide favole sono piene di creature soprannaturali, senza contare gli animali parlanti e i secchi dal pronto eloquio. Non tutti i membri di questa confraternita sono cordiali e innocui. Il personaggio che ricorre con maggiore frequenza è la morte, figura implacabile che irrompe all'improvviso nel cuore della felicità, portandosi via i migliori, i più amati.

Andersen prendeva i bambini sul serio. Non parlava loro soltanto della radiosa avventura della vita, ma anche di disgrazie, sventure e sconfitte non sempre meritate. Le sue favole, popolate di creature immaginarie, sono più realistiche di quintali di odierna letteratura per l'infanzia, così ansiosa di risultare verisimile da sfuggire gli incantesimi come la peste. Andersen aveva il coraggio di scrivere favole con un finale triste. Riteneva che non si debba cercare di essere buoni per un tornaconto (proprio quello che i raccontini moralistici di oggi si ostinano a divulgare, e che non sempre, in questo mondo, corrisponde a verità), ma perché la cattiveria è frutto di un limite intellettuale ed emotivo, l'unica forma di miseria da cui tenersi alla larga. Ed è ridicola, quant'è ridicola! Andersen non sarebbe stato il grande scrittore che fu senza un senso dell'umorismo che spaziava dall'indulgenza al dileggio. E non sarebbe stato nemmeno un grande moralista, se si fosse limitato a incarnare i buoni sentimenti. No, aveva i suoi capricci, le sue debolezze e nella vita di ogni giorno poteva essere un tipo insopportabile.

Pare che Dickens rendesse grazie al cielo il giorno in cui Andersen si recò a fargli visita e fu sistemato in una cameretta piena di fiori in segno di benvenuto. Ma poi arrivò a fare altrettanto anche il giorno in cui l'ospite ripartì alla volta della nebbiosa Copenaghen.

E noi che credevamo che due scrittori per tanti versi simili avrebbero dovuto rimanere a fissarsi negli occhi fino alla morte! Beh, pazienza.

Francesco Russo consulente marketing - BrioWeb consulenza marketing

Articolo tratto dal blog di marketing di Francesco Russo
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