Perché la metafora sportiva non funziona

31 maggio 2017

  

Articolo del Spesso nel mondo della leadership e delle gestione dei rapporti in azienda si prende ad esempio il mondo dello sport, ma si rischia di essere ingannati.

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Perché la metafora sportiva non funziona!

Nel nostro Paese il gioco del calcio, rispetto a tutti gli altri sport, è di fatto qualcosa che va oltre la dimensione dello stadio dove si svolgono le partite. Il calcio è parte integrante della cultura italiana. Non a caso, per illustrare qualsiasi tipo di concetto, sovente si ricorre a "metafore calcistiche".

In particolar modo nella formazione dei dipendenti di un’azienda, nei corsi di leadership per manager, si fa riferimento al lavoro e alle strategia di una squadra di calcio. Si fa riferimento agli allenatori o ai giocatori di spicco delle squadre di calcio come esempi positivi di leadership. Si guarda con attenzione al mondo dello "spogliatoio" per migliorare i rapporti tra i dipendenti di un’azienda.

In un articolo del 2011 apparso sul prestigioso "The Economist" si afferma che l’FC Barcelona "ha individuato una soluzione illuminante per risolvere i problemi più complessi della teoria della gestione."

A questo punto la domanda che possiamo porci è: cosa in generale lo sport, ed il calcio in particolare, possono insegnarci riguardo la leadership, il lavoro di squadra e il raggiungimento del successo?

Per quanto mi riguarda la risposta alla domanda è: "non molto". Le metafore sportive nell’ambito della leadership, dell’organizzazione del lavoro in azienda, possono ingannare e soprattutto sono spesso erronee.

Il motivo è che chi guarda al calcio per trovare ispirazione per la propria leadership, per trovare idee per gestire al meglio le relazioni con i propri sottoposti e tra di essi, può rimanere deluso.

Perché è sbagliato accostare lo sport ad un business

Le logiche della competizione e del successo nel mondo dello sport e nel mondo aziendale sono totalmente differenti.

Quello che rende il calcio, la pallacanestro, la pallavolo, e così via, sport interessanti e capaci di catalizzare l’attenzione delle persone è che alla fine del campionato solo una squadra sarà laureata campione. Basta pensare al clima che si genera durante i campionati del mondo. Il fatto che una sola Nazione emergerà tra tutte porta a "ravvivare" notevolmente il sentimento di appartenenza al proprio Paese.

La "concorrenza" nell’ambito del mondo del commercio (inteso nel senso più lato del termine) è invece differente.

La prima preoccupazione delle aziende di maggior successo non è quella di sconfiggere e battere la concorrenza in una logica "alla fine ne resterà uno solo". L’obiettivo di un’azienda è quello di soddisfare e rendere "felici" i propri clienti. In più di un’occasione, in questo blog e nelle conferenze che tengo, ho sottolineato il fatto che la concorrenza è un elemento positivo in qualsiasi nicchia di mercato.

Ogni nicchia di mercato infatti offre la possibilità a più aziende di portare al successo il proprio business. In particolar modo è importante ricordare che un marchio può aspirare a "dominare" solo il 50% di una nicchia di mercato.

Nel libro "Mavericks at Work", si descrive l’approccio al successo di Mike McCue, uno dei grandi imprenditori della Silicon Valley.

McCue ricorda che: "...anche quando ti trovi davanti ad una concorrenza massiccia, non devi pensare alla concorrenza. Letteralmente, non devi pensare alla concorrenza. Ogni volta che in una riunione aziendale si è tentati di parlare di cosa fanno i concorrenti, bisogna concentrare la propria attenzione sulle esigenze dei clienti, sui feedback dati da quest’ultimi. Bisogna pensare solo al cliente e a nient’altro."

Anche le dinamiche del lavoro di squadra sono totalmente differenti. Spesso mi capita di sentire riferimenti a come un’azienda può imparare molto dalle squadre di calcio nella costruzione dei rapporti tra i dipendenti, e tra i dipendenti e la dirigenza. Ma questo tipo di analogie sono spesso inutili.

Nel mondo dello sport in generale e nello specifico nel mondo del calcio, i giocatori (mi riferisco a quelli professionisti) hanno delle carriere di per sé molto brevi.

L’addio di Francesco Totti al calcio ne è un esempio. Nonostante si tratti di un giocatore che ha avuto una carriera lunghissima, ben 25 anni, si tratta di un giocatore di soli 40 anni. In secondo luogo la lealtà di un giocatore di calcio alla squadra è legata, molto spesso, più alla durata del contratto, che ai "colori" del club.

Un esempio estremo, ma per capire, è un compagno di Francesco Totti. Mentre il "capitano" è sempre rimasto alla Roma, Marco Borriello nella sua carriera ha indossato ben 12 casacche differenti.

È innegabile infatti che il "calcio mercato" sia un mercato molto vivace, che presenta spesso colpi di scena.

I numeri sono ancora più vertiginosi se si pensa al mondo del Football americano. Secondo il Wall Street Journal la lunghezza media di una carriera di un giocatore della NFL è di soli 2,66 anni.

La conseguenza di tutto questo è che gli allenatori spesso devono urlare, "minacciare", blandire, chiedere il massimo sforzo, e spesso hanno grandi difficoltà a gestire la squadra. Hanno difficoltà a dare vita al così detto "spogliatoio".

In nessuna azienda guidata con lungimiranza si adotterebbe questo approccio. È bene chiarire che questo non significa che i manager e/o i dipendenti di un’azienda non possono cambiare datore di lavoro, che non possano passare "alla concorrenza". In generale in azienda si cerca di investire sulle risorse interne in una visione a medio e lungo termine.

Le aziende cercano di attrarre, far crescere, e mantenere i migliori profili. Le aziende tendono a sviluppare un ambiente in cui le persone puntano ad una crescita anno dopo anno. Una visione che ha poco in comune con la mentalità di chi lavora e si allena con l’obiettivo di arrivare alla fine della "stagione".

La maggior parte delle squadre di calcio, in particolar modo i club più prestigiosi, oggi sono una sorta di "raccolta" di "numeri uno", di grandi talenti, gestiti da un allenatore che deve spesso assumere il ruolo del "tiranno" per poter dar vita ad una amalgama che sia una squadra. Le azienda non funzionano così (almeno quelle che hanno una visione corretta del proprio business).

Ovviamente esistono anche nel mondo del calcio professionale delle eccezioni. Basta pensare alle scelte compiute da alcuni giocatori della Juventus quando quest’ultima fu retrocessa in serie B. Un nome su tutti quello di Gianluigi Buffon.

Anche la creazione del valore economico passa per schemi totalmente differenti. Se è vero che lo sport del calcio è un business, è altrettanto vero che il business dello sport offre ancora meno spunti a chi si occupa di leadership.

Nella maggioranza dei casi la proprietà delle società di calcio è riconducibile ad una sola persona. Un esempio di questo è Erick Thohir proprietario dell’Inter. Pensiamo a quanto Silvio Berlusconi abbia legato il proprio nome al Milan.

Le grandi aziende (paragonabili ai grandi club di calcio) sono generalmente delle società per azioni, e sono quindi governate da un Consiglio di Amministrazione, che deve rendere conto agli azionisti.

Le aziende di piccola e media dimensione governate da un’unica persona ovviamente esistono, ma o non hanno una dimensione tale da poter applicare analogie con una squadra di calcio, o sono comunque presenti dei soci che impediscono di fatto la gestione dell’azienda in modo "assolutistico".

I fan delle squadre di calcio, e questo vale per la maggior parte degli sport, amano i giocatori e spesso mal sopportano i proprietari o gli allenatori. Esistono in effetti molti amministratori d’azienda che sono mal sopportati dai propri dipendenti. Soprattutto nel caso delle società per azioni, gli amministratori e i dirigenti al vertice corrono invece il rischio di essere sostituiti (cosa che difficilmente può succedere al proprietario di una squadra).

In sintesi è difficile imparare lezioni di leadership da un "settore" in cui i leader sono spesso mal visti e fischiati, soprattutto quando la squadra perde. Soprattutto quando vigono regole totalmente differenti.

Il calcio e gli altri sport ovviamente possono insegnare molto ad una persona. Possono insegnare valori importanti come il rispetto dell’avversario, delle regole, il valore di una competizione corretta ed onesta, ecc…

Il mondo dello sport è governato da logiche diverse da quelle del mondo degli affari. Certo, si possono trarre degli esempi, si può esserne ispirati. Ma in generale se si aspira ad essere dei leader o a creare una migliore armonia in azienda non bisogna guardare al mondo sportivo.

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Articolo tratto dal blog di marketing di Francesco Russo
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